IMMERSIONI TECNICHE

- AMP - Punta Faro (max 75m)

- AMP - Casa del Sindaco (max 60/65m)

- AMP - Secca Isuela (max 55m)

- AMP - Relitto Mohawk Deer (20-50m)

- Relitto KT di Sestri (45-57m)

- Relitto Genova (48-60m)

- Relitto Saint Nazaire (45-60m)

- Relitto Bolzaneto (40-55m)

- Relitto Marcella (44-64m)

​- Relitto La Foce (67-75m)

- Relitto Washington (68-90m)

- Relitto Ischia (80-90m)

La Corvetta Tedesca nota come "KT" era stato uno yacht di lusso francese, costruito in Inghilterra e battezzato EROS. Era stato incorporato nella Marine Nationale Francaise nel 1939 e destinato al servizio in Mediterraneo. La nave operò per due anni tra Tangeri e Casablanca, dove ospitò numerose missioni diplomatiche. Quindi, nel 1942, venne spostata a Tolone dove ricevette ancora una volta un nuovo nome: Incomprise. Alla fine del 1942, Incomprise fu requisita dai Tedeschi, trasformata in Corvetta anti-sommergibile ed entrò a far parte della Kriegsmarine con il nuovo nome di UJ 2216. La sua nuova base fu Genova.
Il 13 Settembre 1944 l’UJ 2216 stava scortando due posamine verso il porto di La Spezia, quando il convoglio venne attaccato da un aereosilurante alleato: due siluri colpirono la corvetta, causando l'esplosione delle bombe di profondità; la poppa fu completamente distrutta e il "KT" affondò rapidamente.
Sei uomini dell'equipaggio morirono, e diciasette furono dispersi.
La nave era lunga 65,13 metri, ora giace a 58 metri di profondità in assetto di navigazione, con la prua affilatissima, orientata verso il mare aperto, le ancore tuttora al loro posto e sulla coperta, dietro gli argani, spicca la grande mitragliatrice binata antiaerea.
Procedendo verso poppa c'è un piccolo boccaporto, attraverso il quale possiamo ispezionare le stive di prua, ai lati rimangono i sostegni di due mitragliere minori con i rispettivi depositi di munizioni, poi si arriva al cassero, composto di due ponti: quello superiore di comando colpisce per la fortificazione che è stata posta a difesa degli oblò e per il grande traliccio che si eleva dal tetto sino a 35 metri, questo è il punto più alto del relitto; il ponte inferiore è caratterizzato da passaggi coperti e da una struttura centrale, probabilmente gli alloggi ufficiali.

La nave è completamente avvolta da banchi di rosei Anthias, boghe, menole, da grandi saraghi. Lo scafo è ricoperto da bellissime incrostazioni che lo rendono simile ad un giardino tropicale con colorazioni che vanno dal giallo al verde, dal fucsia al rosa grazie anche ai magnifici cnidari.

 

GENOVA

Chiamato dai locali il "vapore di Portofino", il Genova era una nave da carico costruita nel 1904 in Inghilterra

Il relitto del piroscafo oggi giace imponente su un fondale di circa 60 metri davanti al porto di Portofino, in perfetto assetto di navigazione con la prua rivolta verso est ed è integro in tutta la sua lunghezza, con i tre castelli che salgono sino a circa 48 metri di profondità. A causa del fondale limaccioso di questa zona, la visibilità varia in continuazione, anche in base alle correnti di fondo che investono questa parte del golfo ed a volte è così scarsa da non riuscire a distinguere il relitto fino a che non lo si colpisce,ma quando il "Genova" si vuole mostrare e regala una visone d'insieme, allora riesce a togliere il fiato a chiunque vi si trovi a visitarlo in quel momento.

La prua è molto suggestiva e imponente, con gli occhi di cubia purtroppo privati delle preziose ancore, al suo interno si intravede ciò che rimane degli alloggi dell'equipaggio. Sorvolando le due grosse aperture della stiva di prua, dove la profondità in coperta raggiunge i 54 metri, si arriva alle strutture del cassero: questa è stata la parte più danneggiata durante le operazioni di recupero, soprattutto a poppavia del fumaiolo di cui non rimane che un moncone, dove attraverso uno squarcio sono ben visibili le due immense caldaie, mentre nella zona della plancia a cielo aperto si nota il supporto della ruota del timone fra i rottami. Oltrepassando l'apertura sopra la sala macchine incontriamo gli alti bighi di carico in mezzo alle due aperture della stiva di poppa, all'interno di cui si può scorgere un'imponente elica mimetizzata nel fango. Non si sa se si tratta dell'elica di rispetto della nave, oppure se facesse parte del carico di materiali bellici vari trasportato. Numerosi oblò mimetizzati tra le ostriche corrono lungo l'interminabile scafo fino a poppavia, ove, se la visibilità è buona si possono ammirare il gigantesco timone e l'elica, ricoperta dal fango a livello dell'asse. La poppa è esplorabile al suo interno attraverso le due porte laterali e un'apertura al centro del ponte, sebbene non sia consigliabile entrarci per a quantità di fango che vi si incontra. Immersione tecnica adeguata solo a subacquei esperti e da effettuarsi assolutamente in periodo estivo/autunnale con mare calmo.

 

saint nazaire

Conosciuto anche come il Vapore di Moneglia, era una nave da carico armata di nazionalità francese, affondata davanti alla spiaggia di  Moneglia ad una profondità di circa 55 metri in posizione di navigazione, leggermente adagiata sul fianco destro. 

Ciò che colpisce durante la discesa sono i bighi di carico delle stive di poppa, che si elevano dalla coperta fino a sfiorare i 30 metri, dove sono ancora al loro posto i paranchi usati per sollevare le merci.

Al momento dell'affondamento trasportava fusti di combustibile, le stive ne sono ancora piene, ora custoditi da aragoste di notevoli dimensioni che qui trovano un riparo ideale.

Il castello di poppa è piegato verso il basso, come se la nave avesse urtato violentemente il fondo con il timone e l'elica prima di coricarsi per sempre sul letto di sabbia e limo. Qui distinguiamo perfettamente un bellissimo cannoncino, non sappiamo dire di che tipo, parzialmente ricoperto da una vecchia rete, montato sulla tipica struttura a ruota, al di sotto della quale un boccaporto aperto invita all'esplorazione interna del relitto ... facendo capolino si nota la ripida scala che porta sottocoperta.

Nuotando verso prua incontriamo le due grandi aperture delle stive di poppa divise dall'imponente bigo, il centro nave è parzialmente ricoperto da una rete a strascico ed è forse la parte più danneggiata del relitto, ma ad un tratto il cedimento della coperta mostra le grandi caldaie indicandoci che siamo a circa metà nave, dove una volta presumibilmente si ergeva il fumaiolo. Sorvolando le aperture delle stive di prua si giunge al castello, qui l'inclinazione dello scafo è più evidente, tanto che il lato di dritta del tagliamare forma quasi un tetto e occorre l'ausilio della torcia per distinguere l'occhio di cubia, entrambe le ancore sono state asportate, prova che i palombari hanno lavorato anche qui.

 

Varato nel 1918, è un piroscafo da carico armato italiano dell’Ilva di Genova.
Durante la Seconda Guerra mondiale, nel giugno del 1943, fu colpito ed affondato da due siluri da un sommergibile inglese di fronte a Bonassola. Morirono 10 membri dell’equipaggio e il comandante Giuseppe Mazzei.

Si trova ad una profondità di 55 mt. diviso in due tronconi. La poppa riposa sotto la sabbia in prossimità delle stive. Ben visibili sono sia la grande elica che la pala del timone.
Sulla coperta si erge il cannone a canna singola e le catene per il comando del timone. In questa parte è possibile la penetrazione nel locale sottostante il cannone dove possiamo vedere i proiettili e gli utensili dell’officina di bordo.

Nella parte centrale del relitto si intravvede il tronco del fumaiolo, invece ai lati è possibile entrare attraverso le due stive più piccole arrivando alla sala macchine da cui si intravvedono altri locali tra cui le cucine.

Man mano che si scende in profondità il relitto scompare nel fango, compreso il troncone di prua.
All’interno della stiva si incontrano gronghi, astici, aragoste.
Bellissimo l’anemone gioiello che impreziosisce il cannone e l’esterno dello scafo.
Tutto intorno la presenza di numerosi banchi di castagnole e latterini attirano i predatori quali dentici, ricciole, bonitti in cerca di cibo.

 

MARCELLA

 

Varato nel 1918, è un piroscafo da carico armato italiano dell’Ilva di Genova.
Durante la Seconda Guerra mondiale, nel giugno del 1943, fu colpito ed affondato da due siluri da un sommergibile inglese di fronte a Bonassola. Morirono 10 membri dell’equipaggio e il comandante Giuseppe Mazzei.

Si trova ad una profondità di 55 mt. diviso in due tronconi. La poppa riposa sotto la sabbia in prossimità delle stive. Ben visibili sono sia la grande elica che la pala del timone.
Sulla coperta si erge il cannone a canna singola e le catene per il comando del timone. In questa parte è possibile la penetrazione nel locale sottostante il cannone dove possiamo vedere i proiettili e gli utensili dell’officina di bordo.

Nella parte centrale del relitto si intravvede il tronco del fumaiolo, invece ai lati è possibile entrare attraverso le due stive più piccole arrivando alla sala macchine da cui si intravvedono altri locali tra cui le cucine.

Man mano che si scende in profondità il relitto scompare nel fango, compreso il troncone di prua.
All’interno della stiva si incontrano gronghi, astici, aragoste.
Bellissimo l’anemone gioiello che impreziosisce il cannone e l’esterno dello scafo.
Tutto intorno la presenza di numerosi banchi di castagnole e latterini attirano i predatori quali dentici, ricciole, bonitti in cerca di cibo.

LA FOCE

I pescatori sestresi chiamano questa nave comunemente "il relitto dell'Armi" e " relitto delle aragoste.
Costruito nel 1921 La Foce apparteneva all'ILVA ed era un piroscafo da carico di 2497 tonnellate di stazza lorda.
Il piroscafo venne colpito da un siluro del sommergibile britannico Universal il 18 dicembre 1943 mentre si trovava in navigazione nel tratto di mare compreso tra Chiavari e Rapallo ed affondò dopo aver percorso ancora poche miglia alla deriva. La nave era salpata dal capoluogo ligure diretta a Piombino per caricare pani e ghisa.
Dopo una breve agonia, durante la quale percorse ancora alcune miglia, si adagiò sul fondale al largo di Sestri Levante, ad una profondità di 80 metri. L'intero equipaggio, composto secondo fonti attendibili da marinai tedeschi che requisirono la nave nel novembre del 1943, riuscì a mettersi in salvo.
Il relitto giace su un fondale composto esclusivamente di sedimenti fangosi dall'aspetto simile alla creta.

Scendere su La Foce richiede molta perizia non solo per la corrente che spesso si incontra e la profondità, ma anche per le numerose reti e le lenze che poggiano sullo scafo.
La carcassa ripetutamente violata nel primo dopoguerra dai palombari della Sorimar, una società specializzata in recuperi, è piuttosto malridotta e dallo scafo mancano oltre a buona parte del carico persino l'ancora e le eliche.
La parte centrale del relitto, con due fumaioli quadrangolari ancora ben visibili, si erge dal fanfo in posizione pressochè eretta mentre la sezione poppiera è abbattuta e poggia lateralmente sul fondo.
La prua è la parte più suggestiva del relitto ed è sbandata sul lato di dritta, come il resto della nave. Il tagliamare, appoggia sugli 82 metri del fondo in questo punto, si staglia affilato verso la superficie, arrivando a sfiorare i 70 metri di quota, e a metà circa, presenta i segni di una violenta collissione; ma non vi è alcuna falla.
Qui le stive sono piene di munizioni, sono proiettili delle dimensioni di circa 80 cm di lunghezza, molti fuoriusciti dal grosso squarcio che separa la prua del rsto della nave

 

WASHINGTON

Grande piroscafo britannico di circa 8000 tonnellate di stazza, silurato al largo di Camogli durante la prima guerra mondiale (1917), dove giace in assetto di navigazione ad una profondità di circa 90 metri. Arrivava dagli Stati Uniti ed era diretto a Livorno con un carico per le Ferrovie dello Stato.

Le benne dei palombari della SoRiMa sono state anche qui, sventrando buona parte del relitto per recuperare il prezioso carico di acciaio, rame e materiale ferroviario tra cui tre locomotive.

Abbiamo effettuato soltanto due immersioni sul relitto, entrambe sulla zona centrale, che si è rivelata piuttosto integra, le parti in legno della coperta sono scomparse e quindi è facile curiosare all'interno del cassero di comando e nelle cabine del ponte sottostante.

Durante le nostre immersioni abbiamo seguito lo scafo in entrambe le direzioni, ma non siamo mai giunti a nessuna delle estremità. Da un lato, a circa 30/40 metri dal cassero, il relitto svanisce nel fango, le lamiere si interrompono all'improvviso lasciando solo qualche rottame sparso. Forse poco più in là la prua o la poppa risorgono dal fondale.

Comunque in generale, a parte per la zona centrale, la coperta risulta inesistente, è completamente collassata o è stata asportata dalle benne dei palombari, per questo motivo è possibile percorrere il ventre del relitto che pare un immenso canyon delimitato ai lati dalle fiancate della nave che si ergono dal fondo per circa 10 metri.

 

ISCHIA

Piroscafo a vapore costruito nel 1907 a Port Glasgow e varata con il nome di Navarino, fu acquistata nel 1936 dal famoso armatore napoletano Achille Lauro, che la ribattezzò Ischia.
La nave fu silurata davanti al Promontorio di Portofino, mentre transitava tra La Spezia e Genova, il 28 Febbraio 1943, dal sommergibile britannico Torbay, in missione nel mediterraneo dove, prima di rientrare ad Algeri, scaricò i suoi 16 siluri su diversi bersagli, tra cui l'Ischia, colpendo e affondando diverse imbarcazioni.
Il fatto accadde all'ora di pranzo, esattamente alle 13,20, a soli 500 metri dalla costa di fronte a Punta Chiappa, e quasi tutti i superstiti giunsero a terra da soli, a nuoto, stremati dal freddo e impauriti.
Molti furono i testimoni che giunsero in soccorso ai naufraghi, la sciagura fu infatti annunciata da un primo siluro che, fallito il bersaglio si schiantò sulla costa rocciosa, facendo sobbalzare quanti abitavano nella zona che, nel tentativo di capire cosa era successo, scorsero la nave avvolta dal fumo poco al largo, di fronte alle loro abitazioni.
Dopo la Guerra, la Sorima, nota ditta di lavori subacquei, inviò il mitico Artiglio a lavorare sul relitto; forse per recuperare qualcosa di economicamente interessante del carico. Si racconta di 4 grandi boe posizionate attorno ad esso, con pesanti corpi morti, per poter tonneggiare con precisione. Venne usata la torretta per mettere le cariche che dovevano squarciare lo scafo del relitto per permetterne l'accesso all'interno, per i palombari era troppo fondo.
L'Ischia misurava 126,19 metri di lunghezza per 15,85 metri di larghezza e alzava 8,61 metri, con una stazza lorda di 5101 tonnellate, alimentata da tre caldaie,aveva una sola elica.

Riposa sul fianco di sinistra ad una profondità massima di 90 metri, con la prua orientata verso Genova, mentre la poppa è troncata all'altezza dei bighi di carico delle stive. Tutta la lunghezza della fiancata di dritta dello scafo porta i segni dei lavori di recupero: un lungo squarcio attraversa la nave, ma fortunatamente sono stati risparmiati i ponti e le altre strutture in coperta.
La battagliola di dritta si trova ad una profondità di 78 metri e, lasciando alle spalle i rottami della poppa, mantenendo il relitto alla nostra destra, si distingue la stiva che anticipa il castello centrale diviso in due strutture. La prima ospitava il fumaiolo ( individuato poco distante dal relitto) e le caratteristiche prese d'aria, dopo si trova un grande boccaporto che, probabilmente, porta alle macchine, poi il cassero con il ponte di comando dove si possono notare i sostegni delle scialuppe di salvataggio.

Dato che le strutture in legno non esistono più si può tranquillamente ispezionare il ponte superiore senza penetrazione.

Superate le due grandi aperture della stiva di prua, in mezzo alle quali si notano gli argani e il bigo spezzato adagiato sul fondo, si giunge al castello di prua. Probabilmente siamo nella parte più eccitante del relitto, nonostante la piccola delusione provocata dall'assenza delle pregiate ancore.

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